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Alessandro BariccoLa Repubblica, 24 febbraio 2009

Basta soldi pubblici al teatro
meglio puntare su scuola e tv
di ALESSANDRO BARICCO

 
   
La Repubblica, 24 febbraio 2009
Basta soldi pubblici al teatro
meglio puntare su scuola e tv

di ALESSANDRO BARICCO

Sotto la lente della crisi economica, piccole crepe diventano enormi, nella ceramica di tante vite individuali, ma anche nel muro di pietra del nostro convivere civile. Una che si sta spalancando, non sanguinosa ma solenne, è quella che riguarda le sovvenzioni pubbliche alla cultura. Il fiume di denaro che si riversa in teatri, musei, festival, rassegne, convegni, fondazioni e associazioni. Dato che il fiume si sta estinguendo, ci si interroga. Si protesta. Si dibatte. Un commissariamento qui, un'indagine per malversazione là, si collezionano sintomi di un'agonia che potrebbe anche essere lunghissima, ma che questa volta non lo sarà. Sotto la lente della crisi economica, prenderà tutto fuoco, molto più velocemente di quanto si creda.

In situazioni come queste, nei film americani puoi solo fare due cose: o scappi o pensi molto velocemente. Scappare è inelegante. Ecco il momento di pensare molto velocemente. Lo devono fare tutti quelli cui sta a cuore la tensione culturale del nostro Paese, e tutti quelli che quella situazione la conoscono da vicino, per averci lavorato, a qualsiasi livello. Io rispondo alla descrizione, quindi eccomi qui. In realtà mi ci vorrebbe un libro per dire tutto ciò che penso dell'intreccio fra denaro pubblico e cultura, ma pensare velocemente vuol dire anche pensare l'essenziale, ed è ciò che cercherò di fare qui.

Se cerco di capire cosa, tempo fa, ci abbia portato a usare il denaro pubblico per sostenere la vita culturale di un Paese, mi vengono in mente due buone ragioni. Prima: allargare il privilegio della crescita culturale, rendendo accessibili i luoghi e i riti della cultura alla maggior parte della comunità. Seconda: difendere dall'inerzia del mercato alcuni gesti, o repertori, che probabilmente non avrebbero avuto la forza di sopravvivere alla logica del profitto, e che tuttavia ci sembravano irrinunciabili per tramandare un certo grado di civiltà.

A queste due ragioni ne aggiungerei una terza, più generale, più sofisticata, ma altrettanto importante: la necessità che hanno le democrazie di motivare i cittadini ad assumersi la responsabilità della democrazia: il bisogno di avere cittadini informati, minimamente colti, dotati di principi morali saldi, e di riferimenti culturali forti. Nel difendere la statura culturale del cittadino, le democrazie salvano se stesse, come già sapevano i greci del quinto secolo, e come hanno perfettamente capito le giovani e fragili democrazie europee all'indomani della stagione dei totalitarismi e delle guerre mondiali.

Adesso la domanda dovrebbe essere: questi tre obbiettivi, valgono ancora? Abbiamo voglia di chiederci, con tutta l'onestà possibile, se sono ancora obbiettivi attuali? Io ne ho voglia. E darei questa risposta: probabilmente sono ancora giusti, legittimi, ma andrebbero ricollocati nel paesaggio che ci circonda. Vanno aggiornati alla luce di ciò che è successo da quando li abbiamo concepiti. Provo a spiegare.

Prendiamo il primo obbiettivo: estendere il privilegio della cultura, rendere accessibili i luoghi dell'intelligenza e del sapere. Ora, ecco una cosa che è successa negli ultimi quindici anni nell'ambito dei consumi culturali: una reale esplosione dei confini, un'estensione dei privilegi, e un generale incremento dell'accessibilità. L'espressione che meglio ha registrato questa rivoluzione è americana: the age of mass intelligence, l'epoca dell'intelligenza di massa.

Oggi non avrebbe più senso pensare alla cultura come al privilegio circoscritto di un'élite abbiente: è diventata un campo aperto in cui fanno massicce scorribande fasce sociali che da sempre erano state tenute fuori dalla porta. Quel che è importante è capire perché questo è successo. Grazie al paziente lavoro dei soldi pubblici? No, o almeno molto di rado, e sempre a traino di altre cose già successe. La cassaforte dei privilegi culturali è stata scassinata da una serie di cause incrociate: Internet, globalizzazione, nuove tecnologie, maggior ricchezza collettiva, aumento del tempo libero, aggressività delle imprese private in cerca di un'espansione dei mercati. Tutte cose accadute nel campo aperto del mercato, senza alcuna protezione specifica di carattere pubblico.

Se andiamo a vedere i settori in cui lo spalancamento è stato più clamoroso, vengono in mente i libri, la musica leggera, la produzione audiovisiva: sono ambiti in cui il denaro pubblico è quasi assente. Al contrario, dove l'intervento pubblico è massiccio, l'esplosione appare molto più contratta, lenta, se non assente: pensate all'opera lirica, alla musica classica, al teatro: se non sono stagnanti, poco ci manca. Non è il caso di fare deduzioni troppo meccaniche, ma l'indizio è chiaro: se si tratta di eliminare barriere e smantellare privilegi, nel 2009, è meglio lasciar fare al mercato e non disturbare. Questo non significa dimenticare che la battaglia contro il privilegio culturale è ancora lontana dall'essere vinta: sappiamo bene che esistono ancora grandi caselle del Paese in cui il consumo culturale è al lumicino. Ma i confini si sono spostati. Chi oggi non accede alla vita culturale abita spazi bianchi della società che sono raggiungibili attraverso due soli canali: scuola e televisione. Quando si parla di fondi pubblici per la cultura, non si parla di scuola e di televisione. Sono soldi che spendiamo altrove. Apparentemente dove non servono più. Se una lotta contro l'emarginazione culturale è sacrosanta, noi la stiamo combattendo su un campo in cui la battaglia è già finita.

Secondo obbiettivo: la difesa di gesti e repertori preziosi che, per gli alti costi o il relativo appeal, non reggerebbero all'impatto con una spietata logica di mercato. Per capirci: salvare le regie teatrali da milioni di euro, La figlia del reggimento di Donizetti, il corpo di ballo della Scala, la musica di Stockhausen, i convegni sulla poesia dialettale, e così via. Qui la faccenda è delicata. Il principio, in sé, è condivisibile. Ma, nel tempo, l'ingenuità che gli è sottesa ha raggiunto livelli di evidenza quasi offensivi.

Il punto è: solo col candore e l'ottimismo degli anni Sessanta si poteva davvero credere che la politica, l'intelligenza e il sapere della politica, potessero decretare cos'era da salvare e cosa no. Se uno pensa alla filiera di intelligenze e saperi che porta dal ministro competente giù fino al singolo direttore artistico, passando per i vari assessori, siamo proprio sicuri di avere davanti agli occhi una rete di impressionante lucidità intellettuale, capace di capire, meglio di altri, lo spirito del tempo e le dinamiche dell'intelligenza collettiva? Con tutto il rispetto, la risposta è no. Potrebbero fare di meglio i privati, il mercato? Probabilmente no, ma sono convinto che non avrebbero neanche potuto fare di peggio.

Mi resta la certezza che l'accanimento terapeutico su spettacoli agonizzanti, e ancor di più la posizione monopolistica in cui il denaro pubblico si mette per difenderli, abbiano creato guasti imprevisti di cui bisognerebbe ormai prendere atto. Non riesco a non pensare, ad esempio, che l'insistita difesa della musica contemporanea abbia generato una situazione artificiale da cui pubblico e compositori, in Italia, non si sono più rimessi: chi scrive musica non sa più esattamente cosa sta facendo e per chi, e il pubblico è in confusione, tanto da non capire neanche più Allevi da che parte sta (io lo so, ma col cavolo che ve lo dico).

Oppure: vogliamo parlare dell'appassionata difesa del teatro di regia, diventato praticamente l'unico teatro riconosciuto in Italia? Adesso possiamo dire con tranquillità che ci ha regalato tanti indimenticabili spettacoli, ma anche che ha decimato le file dei drammaturghi e complicato la vita degli attori: il risultato è che nel nostro paese non esiste quasi più quel fare rotondo e naturale che mettendo semplicemente in linea uno che scrive, uno che recita, uno che mette in scena e uno che ha soldi da investire, produce il teatro come lo conoscono i paesi anglosassoni: un gesto naturale, che si incrocia facilmente con letteratura e cinema, e che entra nella normale quotidianità della gente.

Come vedete, i principi sarebbero anche buoni, ma gli effetti collaterali sono incontrollati. Aggiungo che la vera rovina si è raggiunta quando la difesa di qualcosa ha portato a una posizione monopolistica. Quando un mecenate, non importa se pubblico o privato, è l'unico soggetto operativo in un determinato mercato, e in più non è costretto a fare di conto, mettendo in preventivo di perdere denaro, l'effetto che genera intorno è la desertificazione. Opera, teatro, musica classica, festival culturali, premi, formazione professionale: tutti ambiti che il denaro pubblico presidia più o meno integralmente. Margini di manovra per i privati: minimi. Siamo sicuri che è quello che vogliamo? Siamo sicuri che sia questo il sistema giusto per non farci derubare dell'eredità culturale che abbiamo ricevuto e che vogliamo passare ai nostri figli?

Terzo obbiettivo: nella crescita culturale dei cittadini le democrazie fondano la loro stabilità. Giusto. Ma ho un esempietto che può far riflettere, fatalmente riservato agli elettori di centrosinistra. Berlusconi. Circola la convinzione che quell'uomo, con tre televisioni, più altre tre a traino o episodicamente controllate, abbia dissestato la caratura morale e la statura culturale di questo Paese dalle fondamenta: col risultato di generare, quasi come un effetto meccanico, una certa inadeguatezza collettiva alle regole impegnative della democrazia. Nel modo più chiaro e sintetico ho visto enunciata questa idea da Nanni Moretti, nel suo lavoro e nelle sue parole. Non è una posizione che mi convince (a me Berlusconi sembra più una conseguenza che una causa) ma so che è largamente condivisa, e quindi la possiamo prendere per buona. E chiederci: come mai la grandiosa diga culturale che avevamo immaginato di issare con i soldi dei contribuenti (cioè i nostri) ha ceduto per così poco?

Bastava mettere su tre canali televisivi per aggirare la grandiosa cerchia di mura a cui avevamo lavorato? Evidentemente sì. E i torrioni che abbiamo difeso, i concerti di lieder, le raffinate messe in scena di Cechov, la Figlia del reggimento, le mostre sull'arte toscana del quattrocento, i musei di arte contemporanea, le fiere del libro? Dov'erano, quando servivano? Possibile che non abbiano visto passare il Grande Fratello? Sì, possibile. E allora siamo costretti a dedurre che la battaglia era giusta, ma la linea di difesa sbagliata. O friabile. O marcia. O corrotta. Ma più probabilmente: l'avevamo solo alzata nel luogo sbagliato.

Riassunto. L'idea di avvitare viti nel legno per rendere il tavolo più robusto è buona: ma il fatto è che avvitiamo a martellate, o con forbicine da unghie. Avvitiamo col pelapatate. Fra un po' avviteremo con le dita, quando finiranno i soldi.

Cosa fare, allora? Tenere saldi gli obbiettivi e cambiare strategia, è ovvio. A me sembrerebbe logico, ad esempio, fare due, semplici mosse, che qui sintetizzo, per l'ulcera di tanti.

1. Spostate quei soldi, per favore, nella scuola e nella televisione. Il Paese reale è lì, ed è lì la battaglia che dovremmo combattere con quei soldi. Perché mai lasciamo scappare mandrie intere dal recinto, senza battere ciglio, per poi dannarci a inseguire i fuggitivi, uno ad uno, tempo dopo, a colpi di teatri, musei, festival, fiere e eventi, dissanguandoci in un lavoro assurdo? Che senso ha salvare l'Opera e produrre studenti che ne sanno più di chimica che di Verdi? Cosa vuol dire pagare stagioni di concerti per un Paese in cui non si studia la storia della musica neanche quando si studia il romanticismo? Perché fare tanto i fighetti programmando teatro sublime, quando in televisione già trasmettere Benigni pare un atto di eroismo? Con che faccia sovvenzionare festival di storia, medicina, filosofia, etnomusicologia, quando il sapere, in televisione - dove sarebbe per tutti - esisterà solo fino a quando gli Angela faranno figli? Chiudete i Teatri Stabili e aprite un teatro in ogni scuola. Azzerate i convegni e pensate a costruire una nuova generazione di insegnanti preparati e ben pagati. Liberatevi delle Fondazioni e delle Case che promuovono la lettura, e mettete una trasmissione decente sui libri in prima serata. Abbandonate i cartelloni di musica da camera e con i soldi risparmiati permettiamoci una sera alla settimana di tivù che se ne frega dell'Auditel.

Lo dico in un altro modo: smettetela di pensare che sia un obbiettivo del denaro pubblico produrre un'offerta di spettacoli, eventi, festival: non lo è più. Il mercato sarebbe oggi abbastanza maturo e dinamico da fare tranquillamente da solo. Quei soldi servono a una cosa fondamentale, una cosa che il mercato non sa e non vuole fare: formare un pubblico consapevole, colto, moderno. E farlo là dove il pubblico è ancora tutto, senza discriminazioni di ceto e di biografia personale: a scuola, innanzitutto, e poi davanti alla televisione.
La funzione pubblica deve tornare alla sua vocazione originaria: alfabetizzare. C'è da realizzare una seconda alfabetizzazione del paese, che metta in grado tutti di leggere e scrivere il moderno. Solo questo può generare uguaglianza e trasmettere valori morali e intellettuali. Tutto il resto, è un falso scopo.

2. Lasciare che negli enormi spazi aperti creati da questa sorta di ritirata strategica si vadano a piazzare i privati. Questo è un punto delicato, perché passa attraverso la distruzione di un tabù: la cultura come business. Uno ha in mente subito il cattivo che arriva e distrugge tutto. Ma, ad esempio, la cosa non ci fa paura nel mondo dei libri o dell'informazione: avete mai sentito la mancanza di una casa editrice o di un quotidiano statale, o regionale, o comunale? Per restare ai libri: vi sembrano banditi Mondadori, Feltrinelli, Rizzoli, Adelphi, per non parlare dei piccoli e medi editori? Vi sembrano pirati i librai? È gente che fa cultura e fa business. Il mondo dei libri è quello che ci consegnano loro. Non sarà un paradiso, ma l'inferno è un'altra cosa. E allora perché il teatro no? Provate a immaginare che nella vostra città ci siano quattro cartelloni teatrali, fatti da Mondadori, De Agostini, Benetton e vostro cugino. È davvero così terrorizzante? Sentireste la lancinante mancanza di un Teatro Stabile finanziato dai vostri soldi?

Quel che bisognerebbe fare è creare i presupposti per una vera impresa privata nell'ambito della cultura. Crederci e, col denaro pubblico, dare una mano, senza moralismi fuori luogo. Se si hanno timori sulla qualità del prodotto finale o sull'accessibilità economica dei servizi, intervenire a supportare nel modo più spudorato. Lo dico in modo brutale: abituiamoci a dare i nostri soldi a qualcuno che li userà per produrre cultura e profitti. Basta con l'ipocrisia delle associazioni o delle fondazioni, che non possono produrre utili: come se non fossero utili gli stipendi, e i favori, e le regalie, e l'autopromozione personale, e i piccoli poteri derivati. Abituiamoci ad accettare imprese vere e proprie che producono cultura e profitti economici, e usiamo le risorse pubbliche per metterle in condizione di tenere prezzi bassi e di generare qualità. Dimentichiamoci di fargli pagare tasse, apriamogli l'accesso al patrimonio immobiliare delle città, alleggeriamo il prezzo del lavoro, costringiamo le banche a politiche di prestito veloci e superagevolate.

Il mondo della cultura e dello spettacolo, nel nostro Paese, è tenuto in piedi ogni giorno da migliaia di persone, a tutti i livelli, che fanno quel lavoro con passione e capacità: diamogli la possibilità di lavorare in un campo aperto, sintonizzato coi consumi reali, alleggerito dalle pastoie politiche, e rivitalizzato da un vero confronto col mercato. Sono grandi ormai, chiudiamo questo asilo infantile. Sembra un problema tecnico, ma è invece soprattutto una rivoluzione mentale. I freni sono ideologici, non pratici. Sembra un'utopia, ma l'utopia è nella nostra testa: non c'è posto in cui sia più facile farla diventare realtà.

 
La Repubblica, 4 marzo 2009
La replica dopo la pioggia di critiche sulla proposta di risorse per teatro e scuola
"Non ho scritto da nessuna parte che sarebbe meglio tagliare i fondi alle attività culturali"
Il cambio di scena che serve alla cultura

di ALESSANDRO BARICCO

STRANO PAESE: alle volte sembra morto, altre volte sembra elettrico. Si sveglia a strappi, si direbbe. Sulla faccenda dei soldi pubblici alla cultura è saltato su niente male: un sacco di interventi, in questi giorni, ognuno a dire la sua. Evidentemente abbiamo qualche conto aperto, con quella storia: o conserviamo, nascosta nel controsoffitto della nostra coscienza, l'impressione vaga di non averla mai veramente risolta. Bene. Si aprono i dibattiti perché la gente dibatta: fatto.

Quanto a me, ho più che altro passato la settimana a chiedere alla gente di leggere tutto il mio articolo e non solo il titolo o quel passaggio là, o quella frase lì. È un gioco di pazienza. È come cercare di dettare una ricetta a uno che ti ascolta mentre gioca alla playstation: dato che inesorabilmente salta dei passaggi, alla fine il piatto fa schifo, e te lo dice. Ha ragione lui, hai ragione tu.

La mia proposta, lo ricordo, era questa (la do in una versione così sintetica che potete tranquillamente continuare a giocare). 1. Spostare l'attenzione, le intelligenze e le risorse su scuola e televisione perché è soprattutto lì che in questo momento si combatte la battaglia per la difesa dei gesti, dei valori e del patrimonio della cultura.

Secondo punto. Abituarsi all'idea che il denaro pubblico può e deve fare un passo indietro venendo via da quella posizione centrale, e spesso monopolistica, che tende ad avere nella vita culturale del Paese. Terzo. Non aver paura di lasciare campo all'iniziativa privata e lavorare, piuttosto, per metterla in condizione, con l'aiuto del denaro pubblico, di andare a lavorare nella direzione della qualità e della diffusione più ampia e giusta possibile. Fine. (Come si vede, non c'è scritto da nessuna parte che sarebbe utile tagliare i fondi alla cultura: si suggerisce di collocarli diversamente, e di usarli al servizio di un modello differente. Se suggerisco di spostare un paziente gravemente malato da un reparto all'altro, pensando così di curarlo meglio, magari sbaglio, ma non c'entro niente con chi suggerisce di prendere il paziente e di sistemarlo in corridoio, che poi si vedrà, se crepa pazienza.)

Questi tre punti descrivono uno scenario: collocano una battaglia giusta e sacrosanta in un gioco diverso, con regole differenti e un campo da gioco ridisegnato. L'unica domanda utile, a questo punto sarebbe: è un modello che ci convince o preferiamo quello che ci siamo scelti anni fa e che è tuttora operativo? Provo a raccogliere gli interventi di questi giorni e azzardo una risposta. Ad alcuni sembra un modello buono, molto vicino a ciò che da tempo vanno rimuginando; ad alcuni sembra un modello magari brillante ma sostanzialmente inutile, perché tutto si risolverebbe applicando il modello attuale con maggior onestà, trasparenza e rigore; ad alcuni, infine, sembra un modello semplicemente irrealistico, poco più che una ingenua e irresponsabile fantasticheria.

Sono tre posizioni che capisco, e che rispetto, soprattutto quando sono porte con eleganza. Spero che vadano in circolo, nel sistema sanguigno dell'intelligenza collettiva, e producano, alla lunga, un passo avanti nel nostro modo di concepire il rapporto tra denaro pubblico e cultura. Una chiosa, però, mi preme farla, ora, a proposito dell'irrealismo, dell'ingenuità, dell'irresponsabilità, ecc.

Mettete la Playstation in pause e io prometto che sarò brevissimo. In qualsiasi sistema bloccato, che ha fissato le sue regole e tracciato dei confini, quel sistema è l'unica possibilità: tutto il resto è sogno. Ma se prima sblocchi il sistema, e accetti il campo aperto, molto incauto diventa fare previsioni su cosa è possibile e cosa no. Traduco: fare il teatro lirico in un modo diverso da quello usato dallo Stato attualmente è impossibile fino a che lo Stato farà il teatro lirico in quel modo con la scusa che in altri modi è impossibile. Traduco ancora: nessuno può fare meglio dei Teatri Stabili in un mondo con i Teatri Stabili: ma nessuno può dire che questo sarebbe impossibile in un mondo senza Teatri Stabili.

È una faccenda di cambio di scenari, di regole, di confini. Quando vedo tanta, appassionata gente di teatro chiedersi incredula se mi sono bevuto il cervello a immaginare un avvento dell'impresa privata nel loro mondo, riconosco la stessa miscela di buon senso e cecità che mi affascina in altri umani messi di fronte a situazioni simili: i dirigenti della British Air il giorno prima che aprissero un volo low cost Londra-Dublino, i direttori della Treccani il giorno prima che inventassero Google e Wikipedia, i direttori di giornali l'ultimo giorno prima di vedersi uscire la free-press, gli editori il giorno in cui qualcuno inventò i tascabili, il mobiliere il giorno prima di scoprire che esisteva Ikea, e il mio barista il giorno prima che inventassero Starbucks.

Non vorrei si scatenasse un dibattito sul caffè americano e sui comodini Ikea (vedo già il titolo: Teatri low cost!). Vorrei solo ricordare che dove l'intervento pubblico non blinda un mercato (e perfino dove lo blinda ma non completamente, come nelle linee aeree), qualsiasi linea di demarcazione tra possibile e impossibile è incauta. Fino al giorno prima, quella era tutta roba impossibile. Dal giorno dopo stava cambiando i nostri gesti, le nostre abitudini, la nostra quotidianità.

Ancora una cosa, l'ultima. Perché c'è un'obbiezione che ho sentito ripetermi fino alla nausea, in questi giorni. Inizia così: "Proprio adesso...". Proprio adesso che ci sarebbero da combattere i tagli del governo tu te ne esci con una proposta di quel tipo? Nella sua formulazione più brusca, l'obbiezione suona così: noi qui a lottare e tu stai lì a portare acqua alla politica del governo. Che dire... Ho già detto e ripetuto che la differenza tra ciò che io propongo e ciò che questo governo fa mi sembra immensa. Ma so anche che non è questo il punto. Il punto è che quello che io dico può essere usato per portare acqua a quella politica. Basta un semplificazione qua, una massiccia censura là, un'aggiustatina...

Lo so, è vero. Ma vorrei dire che è un rischio da correre. La cautela strategica ha ucciso fin troppe idee, nella sinistra, in questi anni. Abbiamo idee, soluzioni, visioni, ma non è mai il giorno giusto per dirle a voce alta. Sarà vent'anni che, più o meno confusamente, penso le cose che ho detto e posso testimoniarlo serenamente: non ho mai visto passare un giorno che secondo voi fosse quello giusto per dirle. Sempre stai a disturbare la delicatissima partita a Risiko che state giocando. E invece pensare è un gesto che non può farsi dare il calendario dalla politica.

Quando cerchiamo di abbozzare idee formate, schizzare modelli alternativi, immaginare soluzioni inedite, stiamo facendo un gesto lungo, sporto nel futuro: stiamo cercando di arrivare puntuali a un appuntamento che avremo tra anni: non domani, non alla prossima riunione sindacale, non alla prossima seduta della Commissione parlamentare, non alle prossime elezioni. Per quello c'è la politica. Ma riflettere, è un'altra cosa. Una cosa che non dobbiamo temere, anche quando strategicamente è scomoda. Un compito per cui nessun giorno è sbagliato.

(4 marzo 2009)

 

 
Il Manifesto, 4 marzo 2009
Sinistri, destri e frustrati
di Gianfranco Capitta

 

Lo stato di crisi della cultura e dello spettacolo, sempre lamentato, si è stratificato e aggravato nel succedersi di governi di destra e di centrosinistra, con variazioni e differenziazioni spesso vicine allo zero.
Su questo panorama arriva ora l'uragano distruttivo della crisi economica globale, in una tabula rasa dove i consumi culturali dovrebbero contendersi un diritto rispetto alla povertà generale. Ma da noi, tutto questo assume contorni più sinistri, anzi destri. Perché da noi il governo è non solo destrissimo, ma anche piuttosto incapace. Non di intervenire, quanto anche di comprendere le caratteristiche, le peculiarità, gli aspetti delicati e i punti di sofferenza di un'industria culturale in crisi avanzata. Come ha ben spiegato Renato Nicolini l'altro ieri su questo giornale, tante insensatezze apparenti di fatto si saldano in una pratica «di regime» che può ben soffocare (prima ancora che controllare e governare) non solo l'industria culturale, ma anche certe libertà fondamentali. Tutto quello che appare insensato e perfino grottescamente comico, una sua logica la conquista. Anche se si muove in maniera «pittoresca» e inventiva, usando i manager dell'hamburger e la protezione civile per difendere e sviluppare i beni culturali, taglio dei fondi e commissariamenti per ingabbiare (ma dentro cosa, dentro quali parametri, con quale creatività?) le istituzioni dello spettacolo e i luoghi che una memoria culturale dovrebbero insieme conservare e rinnovare. Fuori del grottesco e della sua parte puramente fenomenica (se è vero che lo stesso ministro Bondi, tra affermazioni e sorrisi entrambi spropositati, sembra vada ad essere rapidamente sostituito), c'è evidentemente un cuore nero non proprio conradiano, che vuole accentrare tutto in pochi interessi e poche mani.
Per questo, appare tanto più paradossale la sparata di Baricco che la settimana scorsa ha proposto l'abolizione dei contributi allo spettacolo, suggerendo che vengano destinati alla stessa «cultura» ma nell'ambito di scuola e televisione. Le tesi di Baricco sono essenzialmente sue, e certo non si rafforzano nel ricordo di quanto ambisse e progettasse di insediarsi lui, meno di dieci anni fa, alla direzione di un teatro stabile. È più misterioso come e perché Repubblica le abbia proposte e amplificate, con grande scorno e disorientamento di uno spicchio ragguardevole di propri lettori che in teatro o nelle istituzioni culturali vivono e lavorano (con tanto di parziale rettifica di Eugenio Scalfari, ricreando quanto era successo a settembre a proposito di Alitalia).
Certo alla fine l'abolizionismo alla Baricco si salda bene (si è visto dall'accoglienza governativa) con il proibizionismo di Bondi. Sarebbe bello che, come sta succedendo con fair play nei beni culturali, anche dall'ambiente dello spettacolo venisse qualche teatrale reazione. Per aprire un sipario, probabilmente drammatico e poco roseo, ai cittadini spettatori.

Gianfranco Capitta

 
Corriere della Sera, 1 marzo 2009
Baricco, quelle sintesi che inclinano al populismo
Discussioni: Perché paragonare la realtà esigua dei teatri stabili a grandi entità come la scuola e la televisione?
Giudizi: L' autore detesta il conflitto e prescinde dal fatto che l' arte moderna è un prodotto delle élite

di Franco Cordelli

Forse Alessandro Baricco ignora quanto pochi siano i teatri stabili in Italia; e le ridicole cifre che vengono loro devolute. Ma di sicuro ignora quale sia il «sistema», come esso sia ben lontano dall' impedire ai privati di investire in operazioni di teatro o dal consentire che (a causa della sua pochezza) i propri contributi siano altrove diretti. L' attuale Fus (Fondo unico per lo spettacolo) è di 365 milioni, meno dei 400 necessari per eventualmente spostare il prossimo referendum sulla legge elettorale. Ma non voglio tornare sul significato politico delle sue proposte, sui «benvenuto tra noi» della destra. Quello che mi interessa è il nocciolo della questione. A partire dal suo fiuto fin troppo sensibile ai mutamenti sociali, ovvero alle richieste del pubblico (più che del popolo), Baricco dichiara in mutevoli forme allegoriche la propria poetica, identica a se stessa dal debutto sull' Europeo come critico musicale. Baricco, io credo, detesta il conflitto; non crede che la storia proceda per vie dialettiche. Non crede che in una democrazia matura vi sia un rapporto tra élites e gente comune. Più radicalmente, non crede nelle élites. Ne consegue che gli operatori intellettuali sono (o dovrebbero essere) omologhi al resto della comunità. Questo è il significato della sua esclamazione «vogliamo parlare del teatro di regia, diventato praticamente l' unico teatro riconosciuto in Italia?». A parte che di teatri se ne fanno mille, di tutti i tipi, da soli o in compagnia, negli stabili e nelle cantine, nelle parrocchie e nelle scuole, quell' esclamazione è il sigillo del suo rifiuto della contraddizione. Dubito che Baricco ignori come il teatro si sia emancipato, sia diventato in se stesso un' arte, e non un mero strumento di trasmissione di qualcos' altro, la letteratura, che lui dice esser venuta meno per colpa di questo teatro particolare, cioè del teatro per definizione nuovo, alla ricerca del nuovo. Che cos' altro è l' arte moderna se non un proclama del nuovo? E il nuovo non è ciò che definiamo, in termini artistici se non anche politici, avanguardia, ossia, precisamente, il prodotto di una élite? Io non penso che la letteratura sia venuta meno per colpa del teatro (di regia). Penso che ognuno ha il suo talento e che il nostro, italiano, sia proprio dinamico e visivo, sia proprio il teatro e molto meno la letteratura. A proposito di teatro, i teatri sicuri delle proprie possibilità di lavoro (come i teatri debbono essere al pari dei musei) sono pochi e non si vedono prospettive, né per il teatro e, se per questo, neppure per la letteratura. Il discorso di Baricco si salda magnificamente a quello della letteratura dominante, la letteratura che rivendica le proprie vittorie di mercato. Niente da dire. Ma in punta di analisi, tutto ciò si chiama populismo: cioè rifiuto della storia, rifiuto del confronto, rifiuto dell' altro da sé - se Berlusconi sia causa o effetto è altro discorso -. Il teatro è così marginale, e così anacronistico, nel suo porre fisicamente l' uno di fronte all' altro il proprio e il diverso, lo spettatore e l' attore, da essersi trasformato in un fatto elitario, in una avanguardia. Di qui la proposta di Baricco: ciò che a tanti commentatori è parso abnorme, l' aver posto una così esigua fetta di realtà di fronte a colossi educativi (o diseducativi) come la scuola e la tv. Ma Baricco non ha fatto che applicare, nella analisi della attuale società, lo schema di mera sintesi, ovvero di riduzione, che applicò all' Iliade perché noi potessimo tornare ad averne notizia.

Franco Cordelli

 
Il Manifesto, 1 marzo 2009
Cultura sprecata
Attacco all'arte intesa come interesse generale. Da Baricco a Bondi, peggio che durante il Ventennio

di Renato Nicolini

Qualcosa tiene insieme le dimissioni di Settis e molti altri studiosi dal Consiglio Nazionale dei Beni Culturali; le spallucce con cui il ministro Bondi ha risposto; la soppressione della Darc/Parc (architettura, paesaggio e arte contemporanea) e la nomina di Mario Resca (presidente del Casinò di Campione, da cui non si è dimesso - come Umberto Broccoli, neo sopraintendente del Comune di Roma, resta giornalista Rai) a un'indefinita Direzione generale per la valorizzazione dei beni culturali; il viaggio dei Bronzi di Riace alla Maddalena per mostrarli ai «grandi della Terra»; lo spazio con cui La Repubblica ha lanciato la proposta di Alessandro Baricco di sopprimere i finanziamenti pubblici al teatro.
Il risultato è un attacco - forse più grave che nello stesso Ventennio fascista, quando Mussolini ogni tanto correggeva i vari Ojetti e Farinacci pronunciandosi per l'«arte del proprio tempo» - alla cultura intesa come interesse generale, valori condivisi, patrimonio artistico e culturale «che appartiene alle generazioni future», dunque non da preservare da operazioni pubblicitarie di dubbio gusto. In particolare alla nuova produzione artistica: Baricco poco tollera il costoso teatro di regia, per lui la musica contemporanea non deve proprio essere più eseguita perché incomprensibile; Bondi appena arrivato al Collegio Romano ha dichiarato di non capire gli artisti contemporanei...
Il bersaglio è l'autonomia delle competenze e del sapere tecnico scientifico, che devono essere rigidamente subordinati al governo e alla managerialità (un idolo che dovrebbe generare qualche perplessità nella grande crisi). Il filo dell'autoritarismo, dell'insofferenza per critiche e dissenso, lo lega ad altre grandi manovre: contro la magistratura, o contro l'Università e la scuola, cui si tagliano potere e risorse presentandole contemporaneamente all'opinione pubblica sul banco degli imputati per tutte le colpe della politica e per tutte le ragioni del declino italiano. Questo senza troppo contrasto dell'opposizione. Esemplare la vicenda del decreto Gelmini sull'università, dove sono state ottenute - esaltandole come una vittoria contro le «baronie» - farraginose nuove norme concorsuali; mentre è dovuto intervenire Napolitano per denunciare all'opinione pubblica i rischi dei tagli feroci previsti per il 2010 al bilancio delle università, che di fatto aboliscono la possibilità stessa di nuovi concorsi...
Settis ha fatto benissimo: i beni culturali non sono una merce, non da loro direttamente ma dall'indotto che generano si può sviluppare un'economia virtuosa, che non si esaurisca nella sorpresa pubblicitaria, ma sappia entrare in sintonia in modo durevole con il bisogno di produzione d'immaginario. Che potrebbe nascere ancora dai centri storici italiani. Da Roma, Firenze, Napoli, se, anziché shopping mall a cielo aperto tornassero ad essere i luoghi del desiderio per il mondo intero ( lo aveva un po' fatto William Wyler con Vacanze romane)... Vanno sottratti al mercato ed alla politica, sono patrimonio di tutti, devono autogovernarsi attraverso organi tecnici. Questo non può avvenire senza il massimo di autonomia e di libertà, la liberazione della cultura dalle pastoie della (cattiva) managerialità e politica.
Un tempo l'Italia aveva uno straordinario sistema policentrico di Sopraintendenze, sorrette da Istituti Centrali, che esaltavano il potere del sapere. Il mondo ce l'invidiava, e l'abbiamo distrutto, riducendo alla metà i bilanci, non bandendo più concorsi per rinnovare gli organici, non adeguando le retribuzioni, subordinandolo sistematicamente a controlli burocratici, pretenziosità manageriali e politiche, umiliandolo con immotivati commissariamenti (che finora non hanno risolto, vedi Pompei, nessuno dei problemi per cui sono stati istituiti).
L'opposizione non è senza gravi responsabilità. È stato Rutelli ha sottrarre al Consiglio nazionale dei Beni culturali la nomina del proprio presidente riservandola al ministro. Sono stati Bettini e Veltroni a calcare la mano (il modello Roma) sull'uso della cultura come vetrina pubblicitaria per la politica (il tappeto rosso alla Festa del Cinema). È stato Veltroni ministro a varare in pochi giorni la trasformazione dello stato giuridico degli enti lirici in fondazioni private, svendendo così al privato potere, ma ottenendo in cambio un aumento di risorse inferiore al 10%.
La storia degli enti lirici ricorda la svendita del patrimonio pubblico attraverso la Scip... Siamo abituati al terzismo degli editorialisti del Corriere della Sera; l'affare Baricco inaugura un nuovo terzismo, sulle pagine culturali di Repubblica? Baricco rovescia Pasolini, che voleva «abolire la tv e la scuola dell'obbligo«, responsabili dell'omologazione e del «genocidio culturale». Per Baricco, che cova un lungo rancore contro il teatro dai fiaschi di Davila Roa all'Argentina e dal molto modesto successo della sua Iliade senza Dei allestita dal RomaEuropa Festival, si può lasciar fare ai privati, che oggi purtroppo avrebbero «margini di manovra minimi». Davvero? «Chi oggi non accede alla vita culturale abita spazi bianchi della società che sono raggiungibili attraverso due soli canali: scuola e televisione».
Di nuovo, davvero? L'idea di una convivenza civile che si sviluppa negli spazi pubblici della città, che è fatta di esperienze e scelte dirette non mediatizzate e non necessariamente educative o pedagogiche, che è frutto del diritto all'espressione di tutti i cittadini, che produce discussione, dissenso, anche polemiche e conflitto, gli è estranea. I filmclub e le cantine teatrali romane degli anni sessanta e settanta Baricco non le ha frequentate né tanto meno comprese. Dovremmo ragionare sul perché l'Italia spende per la cultura (scuola e università comprese) le briciole residuali del proprio bilancio, anziché contribuire a presentarla come «uno spreco» da tagliare.

Renato Nicolini

 
La Repubblica, 28 febbraio 2009
Baricco la cultura e i barbari
di Renato Brunetta

Caro Direttore, ho letto con interesse Alessandro Baricco, circa i soldi pubblici destinati alla "cultura". Hanno creato, sostiene, un "mercato stagnante", si devono cercare altre vie, complice la crisi economica che spinge a spendere meno. Vorrei aggiungere: anche senza la crisi, giacché, in questo come in altri casi, i tagli hanno il pregio di colpire gli sprechi e le insensatezze, e sono dolorosi solo quando riguardano spese utili. Si può ben diffondere la cultura cercando, al tempo stesso, un lecito profitto. Lo ha ricordato ieri Eugenio Scalfari. L' interesse della lettura, però, è stato accompagnato da un certo stupore: dove era, Baricco, quando sostenni quella battaglia, dati e proposte alla mano, e venni ricoperto di contumelie? Passi per il fatto che i politici devono tutti essere descritti come barbari, ma ho l' impressione che gli intellettuali, quelli che sanno di avere una vasta cultura, quelli dotati d' alta coscienza civile, dovrebbero dotarsi di una qualche più attenta tempestività. Riccardo Muti, ad esempio, fu pronto allora e lo è oggi. Il che non modifica la mia ammirazione per il maestro, ma mi rende felice per l' uomo. Mi si mosse l' accusa d' essere nemico della lirica, dei teatri e della cultura. Un barbaro, insomma. Non me ne lamento ("barbaro", fu il giudizio di Voltaire su Shakespeare), ma osservo che il ritardo nel giungere in battaglia si traduce in altri soldi persi e mal spesi, destinati a sovvenzionare le camarille intellettualoidi, quindi sottratti alla diffusione della cultura. Me ne preoccupo, anche perché l' etimo di "barbaro" si deve ai greci, che così definivano i balbettanti, "bar-bar", incapaci di parlare la lingua della cultura, ellenica. Sicché non vorrei si aprisse una moderna diatriba su chi sono, da noi, i barbari: quelli che dicono le cose con chiarezza e tempestività, quelli che ci arrivano in ritardo o quelli che non ci arrivano mai.

RENATO BRUNETTA

 
La Stampa, 28 febbraio 2009
Non si può ridurre l'arte a souvenir
Caro Baricco, meglio niente che mezza cultura

di Antonio Scurati

C’è qualcosa che brucia. Tutti noi abbiamo nelle narici l'odore che manda la materia umana in combustione. Sono arti millenarie che vanno in cenere, sono saperi che si perdono, sono intere province dell’uomo inghiottite dalle fiamme. E noi, come ciechi, ci aggiriamo a tentoni nel paesaggio di questa violenta mutazione ecologica chiedendo: «Dov’è il fuoco, dov’è il fuoco?». Da questo spaesamento dobbiamo ripartire. Gli dà voce l'articolo con cui Baricco propone che lo Stato disinvesta dal teatro per convogliare il finanziamento pubblico alla cultura verso scuola e televisione. E' una voce che risuona in un clima da estinzione. In gioco qui c'è molto di più della sopravvivenza di alcuni generi o esemplari artistici. Oggi la domanda su come l'uomo possa, acculturandosi, diventare un uomo vero e reale viene posta inevitabilmente come una questione di media. La continua battaglia per l'uomo è un conflitto mediatico: saranno i libri e il teatro ad addomesticare lo sviluppo della natura umana, oppure sarà la televisione a sfrenarlo? Chi stabilirà le nuove regole per il parco umano?

Passando dall’universale al particolare, ci si chiede: qual è il destino dello spettacolo dal vivo nella cosiddetta società dello spettacolo? Possono sopravvivere le arti della scena in una società trasformatasi in un’enorme accumulazione di (avan)spettacoli? Il Dante recitato da Benigni in tv contribuisce a preservare la Commedia per i secoli futuri o la seppellisce? Questa la mia personale risposta: in una società mediata, in un mondo in cui la vita vissuta cede inesorabilmente terreno ai simulacri della vita consumati attraverso i media elettronici, le arti basate sulla presenza del corpo vivente non sopravvivono se non entrano in un circuito di mediazione. Il che equivale a dire che la cultura umanistica tradizionale perde valore sociale se non viene valorizzata dalla cultura televisiva (chiamatela pure «sottocultura» se preferite) che l’ha soppiantata nella gerarchia della forza.

Dovremmo, per ciò, portare simulacri di libri, teatro, cinema in tv, per poi portare il pubblico della tv al teatro, al cinema, alla lettura. Dovremmo farlo consapevoli del fatto che il teatro in tv diventa un'altra cosa, che un autore che chiacchiera del proprio libro è un surrogato del libro, ma anche consapevoli del fatto che il teatro, il libro, il film diventano un’altra cosa nell’era dell’egemonia televisiva. La tv è un metamezzo: non si limita a fornire un modo di conoscenza ma condiziona anche gli altri modi (i pochi film che oramai si producono in Italia sono tutti un primo piano perché già pensati per il piccolo schermo, dove il campo lungo è indecifrabile). Si tratterebbe, insomma, di affermare che Benigni è formidabile quando traduce Dante nel linguaggio corporeo dell’attor comico ma è dozzinale quando lo ritrascrive sulla pagina facendone un libro per Einaudi.

E qui, è vero, dovrebbe intervenire la scuola: si dovrebbe stabilire una nuova alleanza tra scuola e tv. Una scuola rinvigorita da una complicità mediatica, vivificata dall’esperienza dei nuovi circuiti culturali festivalieri. Si dovrebbe riportare dentro la scuola l’effervescenza schiumosa della cultura dell’evento. La passione per il sapere, salpata molto tempo fa dalle aule di scuole e università, dovrebbe ora intraprendere il suo nostos, il suo viaggio di ritorno verso casa. Si tratterebbe di usare la tv per spingere le nuove generazioni a capire, attraverso la scuola, che la musica di Allevi sta alla classica come la gondola da caminetto sta alla città di Venezia. Un souvenir. Un souvenir di un luogo in cui spesso non si è mai stati. Si dovrebbero alleare scuola e tv per insegnare alle nuove generazione che l'arte, la letteratura, il teatro rimarranno pure momenti residuali nell’economia dell’esistenza, ma sono quei momenti impagabili nei quali la vita, torcendosi su di sé, giunge per un attimo a rivelare se stessa. Si dovrebbero alleare scuola e tv per continuare ad affermare che non c’è vita senza buona vita, e non c'è buona vita senza vita dello spirito.

Vagheggiando questa nuova alleanza, anche io mi dico che non voglio mai più pagare cinquecento euro per ogni biglietto staccato a mogli di notaio impellicciate che sfilano alla prima della Scala e che non voglio nemmeno più pagare 50 centesimi per ciascuna dei 10 milioni di casalinghe di Voghera che hanno fatto il pieno di ascolti per l’ultimo Festival di Sanremo costato 5 milioni di denaro pubblico. Ma non è dando più soldi alla buona tv che si finanzia la cultura. La tv li ha già i soldi: paghiamo il canone. Non è dando meno soldi allo spettacolo dal vivo che si rimane in vita. Glie ne diamo già troppo pochi.

Certo, sarebbe tempo che l’atavica frattura tra intellettuali e Paese si sanasse, quella che, a partire dagli Anni ’80, è divenuta spaccatura tra intellettuali e Paese mediatico, con gli uomini di cultura arroccati sull’Aventino stampa-cinema-teatro e gli uomini di business lasciati padroni della tv. Ma come si può dimenticare, quando s'inneggia al mercato quale salvatore del teatro, che qui da noi un ceto di pubblicitari, plasmando a propria immagine con le sue tv la cultura popolare italiana durante tutti gli Anni ’80, è diventata classe dirigente ben prima della presa del potere politico nel ’94? Come si può trascurare il fatto che gli uomini di buona volontà a cui l'appello per la cultura si rivolge sono i signori della guerra che, armati dell’impareggiabile bocca da fuoco della tv, hanno fatto terra bruciata di ogni altro campo coltivabile? E' da loro che possiamo aspettarci una nuova semina, da loro che per anni hanno arato con il cannone?

Forse faremmo meglio a tenere asciutte le polveri fino al giorno in cui in questo Paese tornerà una distinzione essenziale per il vivere civile non meno di quella tra deliberativo, esecutivo e giudiziario: la distinzione tra potere politico, economico e simbolico, oggi riuniti nel potere assoluto di un solo soggetto. Sarà magari utopia, ma in certi momenti l'uomo di cultura, piuttosto che proporre soluzioni compatibili con un mondo in putrefazione, farebbe bene a ostinarsi nel rivendicare un mondo diverso.

 
La Repubblica, 27 febbraio 2009
L'Ulisse di Dante e i soldi alla cultura
Una risposta alla provocazione di Baricco: lo Stato non può imporre una propria linea. ma non può neanche essere privo di un pensiero

di Eugenio Scalfari

Come sempre sa fare quando prende in mano la penna e si inoltra in un discorso pubblico Alessandro Baricco comincia da lontano, usa la logica, ragiona sulle premesse pianamente, non è mai provocatorio ma didascalico. Pone questioni, sollecita risposte che sono già contenute nelle domande.

A che cosa serve la cultura? E spiega: serve a migliorare l'anima delle persone, a farle riflettere, a renderle più tolleranti verso i diversi da sé, quindi a scoprire il valore della democrazia e della solidarietà, a ricacciare indietro le pulsioni della violenza. Perciò la democrazia, cioè lo Stato democratico, ha un interesse primario a promuovere la cultura, ad allargarne le radici e le fronde.

E poiché il nostro mondo è in preda a un rigurgito di violenza e d'intolleranza, lo Stato democratico è chiamato a intraprendere una necessaria alfabetizzazione incoraggiando la nascita di quella che lui chiama una "intelligenza di massa".

Chi non è d'accordo con questo "incipit"? Io lo sono completamente.

Ma qui terminano le premesse e qui comincia la sua provocazione: per realizzare in un tempo ragionevole i due obiettivi dell'intelligenza di massa e dell'alfabetizzazione occorre concentrare le scarse risorse disponibili sulla scuola e sulla televisione. E qui il mio accordo con lui comincia a vacillare.

La scuola è un grande servizio pubblico cui lo Stato deve provvedere prioritariamente con il proprio bilancio e la scuola privata con risorse proprie nell'ambito di standard di qualità che includono il principio della libertà d'insegnamento. Gli stanziamenti di denaro pubblico destinati alla cultura non riguardano la scuola come non riguardano la giustizia, l'ordine pubblico, la difesa del territorio nazionale, i grandi servizi definiti "indivisibili". A essi si provvede con le imposte che prelevano una quota del reddito dei contribuenti accertato con i vari strumenti a disposizione dell'amministrazione.

Quanto alla televisione, quella di proprietà di gruppi privati si configura come un'impresa con i relativi rischi. Quella di proprietà pubblica viene finanziata con un canone proprio per promuovere gli aspetti culturali a fianco di quelli dell'intrattenimento cui è destinata la pubblicità commerciale. Forse sarebbe opportuno riservare il canone a una sola rete della Tv pubblica, privatizzando le altre o affrancandole dagli obblighi che il pubblico servizio comporta, ma una discussione in proposta esula dall'oggetto di questo articolo e quindi l'accantono.

Incoraggiare gli aspetti culturali dei programmi delle Tv private non mi sembra un'idea praticabile. L'imprenditore televisivo ha un suo interesse ad accreditare le proprie emittenti anche dando spazio alla cultura. Poiché si tratta di imprese di lucro solo all'imprenditore spetta decidere la combinazione ottimale dei vari fattori produttivi. Allo Stato spetta soltanto di fissare regole standard per chi utilizza un bene pubblico come l'etere. Altro non deve e non può fare.

* * *

Poiché le risorse da destinare alla cultura sono scarse - prosegue Baricco - si tratta di formulare una scala di priorità. Chi la deve formulare? Baricco esprime a questo punto una sua personale classifica di priorità avvertendo però correttamente che si tratta di scelte soggettive che hanno semplicemente un valore esemplificativo.

Vediamola comunque questa classifica. Via il teatro di prosa il cui pubblico è limitato a una élite di anziani che prediligono repertori ripetitivi e non più formativi, disertati dai giovani. E via, per le stesse considerazioni, i teatri di opera lirica e di musica concertistica. Via soprattutto le esecuzioni di musica contemporanea, incomprensibili poiché non c'è nulla da comprendere. Se lo scopo è la formazione dell'intelligenza di massa è chiaro che essa non può nascere nei teatri di prosa, di opera lirica e di concerti, inevitabilmente finanziati da denaro pubblico. Bisogna dunque abolire quei finanziamenti consentendo ai privati di sperimentare a proprio rischio forme di impresa culturale che si sostengano da sole con un mix di capitali privati e di sostegno pubblico concesso a chiunque intraprenda progetti culturali.

Portare il melodramma romantico in teatro, magari miscelandolo con l'operetta di Lehar e di Strauss? Mandare in scena un "musical" tratto dall'Inferno dantesco liberamente rimaneggiato? Usare la Bibbia come canovaccio cinematografico facendo intervenire un Gianni Letta accanto ad Abramo e un Andreotti alla guida di un'arca al posto di Noè? Infine raccontare un Giudizio Universale al modo del Benigni del 1998 e farne un "kolossal" hollywoodiano mettendoci dentro anche Maometto e le Vergini promesse dal Corano ai difensori di Allah?

Lo Stato democratico, ci ricorda opportunamente Baricco, non può avere un contenuto etico senza snaturarsi. Quindi non può scegliere tra questi diversi progetti quello che gli piace e quello che gli dispiace. Li deve accettare tutti destinando a tutti il suo aiuto in termini di esenzioni fiscali, facilitazioni immobiliari, libera circolazione nelle sale, accesso alle Tv pubbliche e private.

Il mercato guida e intraprende, il denaro pubblico aiuti tutti senza alcuna discriminazione nei limiti delle risorse disponibili. Questo è il nocciolo della provocazione baricchiana. E poi vinca il migliore, la cultura vincerà con lui, l'intelligenza di massa e l'alfabetizzazione culturale faranno decisivi passi avanti. Perfino il Fedone, con opportune contaminazioni, può esser arrangiato come un "reality" con Socrate e Alcibiade in funzione di "Grandi Fratelli".

* * *

Chi storce il naso di fronte a un sì fatto progetto è a mio avviso un cretino. Chi l'accetta scambiandolo per un'entusiasmante trovata è un poveretto. Forse piacerebbe al ministro Bondi che sta facendo scempio dei Beni culturali, ma questa, caro Alessandro, sarebbe una pessima adesione e sono sicuro che ne convieni. Dal canto mio permettimi qualche osservazione.

1. Non è esatto pensare che i veri acculturati conquistino la tolleranza e l'amore per la democrazia. I capi delle SS, lo Stato maggiore della Wehrmacht e perfino i dirigenti della Gestapo si commuovevano ascoltando la Settima, la Nona e persino i Quartetti di Beethoven, adoravano Mozart e Haydn, assistevano con raccoglimento all'Oro del Reno e al Tristano e Isotta. Poi uscivano da questi bagni dell'anima e andavano a scannare gli ebrei, gli zingari e gli omosessuali. La cultura è uno degli elementi della civilizzazione, ma ce ne vogliono molti altri per umanizzare l'animale uomo.

2. Lo Stato non deve essere etico ma neppure privo di pensiero. Deve tutelare il patrimonio culturale della società che lo esprime. Quindi l'archeologia. La memoria collettiva. I reperti. I repertori. Deve renderli accessibili. Deve favorire la ricerca storica e quella scientifica. Le risorse culturali debbono avere questa oculata destinazione.

3. Alcune istituzioni pubbliche sono necessarie per realizzare questi obiettivi.

4. I privati debbono avere piena libertà di intraprendere facendo della cultura un mezzo per ottenere un lecito profitto. Siano liberi di farlo a proprio rischio così come si costruiscono automobili, reti televisive, telefoni satellitari e mille altre cose e servizi.

Ho fatto, caro Alessandro, un'esperienza personale interessante: ho costruito insieme a molti altri amici e colleghi imprese giornalistiche culturalmente impegnate e fonti di larghi profitti. Tu hai vissuto in campi diversi dai miei analoghe e positive esperienze. Dunque si può fare. Lo Stato faccia ciò che deve, i privati facciano ciò che sanno e possono. La società usi questi servizi e si autoeduchi uscendo dall'atonia, dal culto delle icone, dalla condizione di folla "che nome non ha".

Noi possiamo soltanto ripetere l'incitamento dell'Ulisse dantesco ai suoi compagni: "Fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza". Altro non possiamo fare, ma questo sì, possiamo e dobbiamo.

(27 febbraio 2009)

 
Il Giornale, 25 febbraio 2009
Baricco imita Brunetta: "Basta dare soldi ai teatri"
Lo scrittore radical-chic: "Le sovvenzioni statali vadano a tv e scuole". Ma da "gramsciano" pensa che tocchi agli intellettuali
educare il popolo

di Luca Doninelli

Di fronte al disastro, scrive Alessandro Baricco, o scappi o pensi velocemente. Secondo lui le nostre istituzioni culturali stanno per franare sotto i colpi della crisi. Scappare non si può. Bisogna perciò pensare, e fare, molto in fretta. Ma soprattutto pensare.
Ecco il succo del discorso. Siamo sicuri, si domanda lo scrittore torinese sulle pagine di Repubblica, che le sovvenzioni pubbliche al teatro e alla musica facciano del bene a queste arti? Perché questo costume sia nato, molto tempo fa, non è difficile da arguire. Ma si trattava di un’Italia molto diversa da quella attuale.

L’idea che spetti al potere pubblico di difendere quei valori che il mercato, altrimenti, finirebbe per stritolare appare oggi un po’ ipocrita. Non solo perché nulla ci dice che ministri, assessori e direttori artistici di enti pubblici ci capiscano più dei privati. O perché l’idea che il mercato sia un babau da cui il potere pubblico ha il dovere di difendere le pecorelle più deboli (che so, la musica contemporanea, il teatro di ricerca, ecc.) è solo il rimasuglio di un vecchio preconcetto. Ma soprattutto perché questa battaglia è già stata persa, gli argini innalzati un tempo a difesa della cultura sono stati agevolmente aggirati e ora la battaglia si sta combattendo da un’altra parte.

Dove? Sicuramente in tutti quei luoghi non giurisdizionali, internet in testa, che hanno allargato a dismisura la fruizione e la produzione di fatti culturali. Ma, in primo luogo, la vera battaglia si gioca là dove c’è tutta quella gran fascia di persone, la stragrande maggioranza, che a teatro non ci va e non ascolta né Cimarosa né Stockhausen. Vale a dire a scuola e davanti alla tv.

Di qui la proposta di spostare, letteralmente, i soldi destinati al teatro verso la scuola e la tv e lasciare che ai teatri ci pensino i privati, e che il talento - che c’è - faccia finalmente i conti con chi investe in cultura per fare profitto. Una proposta, come si può ben vedere, molto «di destra», molto «alla Brunetta», almeno per quanto riguarda il teatro. Del resto, che molta sinistra produca oggi un pensiero di destra non è una novità, in un tempo in cui queste parole designano meno un’origine identitaria che una collocabilità di mercato: la sinistra non sarà produttrice di cultura, ma resta un acquirente.

L’idea baricchiana di destinare i contributi allo spettacolo dal vivo per realizzare teatri in tutte le scuole è simpatica e irrealistica, ma risponde a un problema vero: quello di recuperare il senso del teatro a cominciare dalla sua enorme funzione educativa. Io stesso renderei obbligatorio il teatro in tutte le scuole di ogni ordine e grado, perché conosco la sua capacità di mobilitare la persona umana in tutte le sue componenti: ragione, affettività, corpo. Altro denaro andrebbe impiegato in tv, dice lo scrittore, perché si possano realizzare veri programmi culturali, infischiandosene dell’audience.

Ma queste sono questioni di strategia culturale, che c’interessano meno. Più grave, interessante e discutibile (la discutibilità è un pregio, non un difetto) è il giudizio di fondo, sul quale faccio tre considerazioni in margine.

Primo. Nonostante le ire che questi interventi possono suscitare, è bene cominciare a discutere dei temi in essi sollevati, che in Italia sono sempre stati tabù, come le pensioni e il pubblico impiego. Personalmente, non trovo nulla di affascinante, ma nemmeno di orribile, nell’idea che Mondadori o Feltrinelli o l’Esselunga gestiscano dei teatri, come dice Baricco. Ed è salutare che ci si interroghi periodicamente sul senso e sulla forma delle pubbliche sovvenzioni, anche a rischio di qualche terremoto. Niente di ciò che facciamo è eterno, e niente deve esserlo: la cultura o è una risposta al presente o non è.

Secondo. Va da sé, però, che il problema non sta solo nel «che cosa» e nel «dove», ma soprattutto nel «chi». Chi, concretamente, decide come allocare le risorse? Trasferire del denaro significa trasferire un sistema di potere e di controllo, probabilmente fare nuove leggi, e io so per esperienza che in cultura non c’è più trasparenza che altrove. La cultura, prima dei poeti e dei pittori, la fa chi ha in mano le risorse. Se la casta (cioè i burocrati e i loro consigliori) è sempre la stessa, immobile nei secoli, le soluzioni proposte da Baricco sanno di gattopardesco.

Terzo. C’è, non ci si scappa, un problema di fondo, che riguarda la formazione della coscienza culturale del Paese. Baricco mostra di averla a cuore. Però non si sposta, così mi pare, dalla vecchia idea gramsciana secondo cui gli intellettuali sono gli educatori del popolo. Trasferiamoli pure dai teatri alla tv a suon di finanziamenti: il ruolo rimane lo stesso.

Io, da cattolico, dico: cave canem. L’intellettuale maneggia valori e utopie: tutte cose di per sé poco democratiche quando vengano a stringere patti con il potere pubblico. Il quale, nel momento in cui si riveste del compito di educare il popolo (che non esiste quasi più: meglio usare il termine «popolazione», è meno ipocrita), tende, poco o tanto, a trasformare la cultura in un rituale, in un dovere da assolvere, e non in una possibilità data all’uomo di realizzarsi attraverso la bellezza e la conoscenza.

Luca Doninelli

 
Avvenire, 25 febbraio 2009
Basta soldi pubblici al teatro. Proposta che spiazza
di Ilaria Lombardo

Lo scrittore Baricco: "C’è la crisi, lo Stato smetta di finanziarli".
Franco Zeffirelli: "Ha ragione". Buttafuoco, direttore dello Stabile di Catania: "Il vero problema sono i cachet troppo alti".
L’Ente teatrale italiano: "Non si può lasciare tutto soltanto in mano al mercato"

Fondi pubblici sì, o fondi pubblici no? Questo è ­l’eterno problema che fa della cultura in Italia una questione di sopravvivenza. Il giorno dopo la lettera dell’Agis al premier Berlusconi sulla grave situazione dell’industria dello spettacolo dopo il dimezzamento del Fus, fondo unico dello spettacolo, previsto in finanziaria, arriva in controtendenza la staffilata di Alessandro Baricco con un lungo articolo-sfogo sulle pagine di Repubblica. In sintesi: i soldi dello Stato sono mal spesi perché diretti a settori della cultura che non fanno più massa, lontani dalla quotidianità della gente e sovradimensionati rispetto ai risultati in termini di interesse pubblico. Il teatro di prosa, l’opera e la lirica producono ­spettacoli agonizzanti (Baricco dixit) salvi solo grazie all’accanimento terapeutico ­del monopolio statale. Il mondo è ­cambiato, la società italiana­ è cambiata e l’interesse culturale anche. Quindi, secondo Baricco, "meglio destinare i finanziamenti alla scuola e alla televisione ", lì dove si trova "­il Paese reale": migliorare e ammodernare l’insegnamento nelle aule e trasmettere più cultura in tv, senza troppo pensare all’audience. La soluzione subito praticabile, per lo scrittore che spesso ha portato in scena lavori teatrali finanziati dallo Stato, è ­aprire ai privati, gli unici capaci di armonizzare mercato e cultura, business e sapere. Il mondo del teatro, come era prevedibile, strabuzza gli occhi e si sbraccia le maniche davanti all’articolo, anche perché il principale bersaglio del Baricco in versione neo-liberale sono i Teatri Stabili: rei (secondo lui) di non accorgersi di essere ormai marginali. La cosa curiosa, però,­ è che dal gotha istituzionale del teatro, fatto di sovrintendenti, direttori artistici e presidenti di fondazioni, tutto tace. O quasi. Giuseppe Ferrazza, presidente dellEti, l’Ente teatrale italiano, risponde solo in serata: ­"Su alcuni punti mi trovo d’accordo con Baricco. Sono convinto che la diffusione della cultura deve essere a largo raggio. Non sono d’accordo però a lasciare tutto in mano al mercato, non è ­possibile perché ci sono delle tipologie di teatro che vanno protette".
Un veterano del palcoscenico come Carlo Giuffrè a sentire la proposta di Baricco si dice "disperato", perché "­i finanziamenti sono per la cultura come il pane". Secondo Pietrangelo Buttafuoco, scrittore e ora anche direttore artistico del Teatro Stabile di Catania, una difficoltà c’è ed è strutturale:­ "Il vero problema sono i cachet alti, le spese inutili, la moltiplicazione del personale", ma, aggiunge, ­"è anche vero che bisogna saper gestire questi soldi. Lo Stato non può essere mecenate, però dobbiamo dare ai talenti l’occasione di poter trovare la possibilità di esprimersi. I privati mai investiranno su qualcuno che non ha nome".
Vuole, invece, rivendicare la paternità dell’idea dell’autosufficienza economica del teatro, d’accordo con Baricco, il regista Franco Zeffirelli, che se la prende con chi è allergico alle privatizzazioni: "Serve meno burocrazia. Lo Stato non deve entrare nei finanziamenti delle attività artistiche, come avviene già in America e in Inghilterra". Fa effetto che la difesa del finanziamento pubblico arrivi dal Popolo delle libertà, per bocca di Guido Possa, presidente della Commissione cultura al Senato: "­Il teatro ha un ruolo anche nell’era della televisione e nell’era della scuola di massa. E il modesto aiuto dello Stato tramite il Fus (84 milioni di euro nel 2008, 61 nel 2009 - ndr) non è tale da meritare questa specie di definitiva eliminazione". Anche perché, a dirla tutta, il j’accuse di Baricco arriva mentre i dati registrano un aumento del pubblico proprio nel settore dello spettacolo e del teatro in particolare.

Ilaria Lombardo

 
Commenti : A proposito dei Dieci, cento, mille Baricco - Aurelio Gatti (Regista)

A proposito dei Dieci, cento, mille Baricco
La questione culturale non dibattuta, tra Uomini e mezz’uomini, ominicchi, piglianculo e quaquaraquà.

Le crisi sembrano un buon lasciapassare per qualsiasi avventura, una sorta di “scorciatoia” per affrontare il presente senza alcuna responsabilità verso il passato ma anche per prospettare un futuro indistintamente altro , qualsiasi – a condizione che sia privo di crisi. La crisi si accompagna con emergenza, l'emergenza necessita di soluzioni e le soluzioni fanno coppia con decisioni. Qui nasce il problema: chi le suggerisce, chi le prende, quanti ne gioveranno e quant'altri le subiranno.
In tempi di crisi tutto è più semplice: la scelta – la qualsiasi – ha le forme dell'ineluttabile, la solennità della decisione “grave ma necessaria”, e chi la compie , o solo la suggerisce o l'afferma, chiede eguale attenzione e adesione quale quella riservata ad un eroe, ad un impavido... una voce fuori dal coro e quindi coraggiosa …forse a questo pensava il nostro intellettuale nel redigere il suo intervento.
La storia, quella stessa che le crisi vogliono silenziare a favore di soluzioni decisioniste, misurerà gli esiti di quelle scelte e attribuirà alle azioni un valore proprio: svuotate dal contesto di emergenza i fatti assumono il significato delle conseguenze e gli scenari allora futuribili diventano il “paesaggio” a cui sono tenuti tutti, anche coloro che a quelle scelte non sono stati chiamati.

In una stanchezza (o forse “stitichezza”) di dialogo – umano prim'anco che culturale, la crisi irrompe con genuina violenza, sconquassa certezze, posizioni, rendite e convinzioni almeno li dove si credeva che ci fossero. Ogni analisi viene tacciata di “vecchiume” e le critiche di sterile contrapposizione ideologica. In questo contesto è difficile esprimere ogni tipo di contributo tanto da far pensare che nessuno desidera un'idea o un parere forse perché si ritiene che la conclusione sia già scritta. In assenza di dialogo - prima sorprende eppoi risulta superfluo e colluso , quell'intervento che, con altre parole, fa il verso a quello che il potente di turno chiede di sentire. E se non c'è collusione, già Mino Maccari in Asterischi sentenziava “Ogni imbecille tollerato è un'arma regalata al nemico”
La soluzione, invocata da qualcuno – attesa da altri, ha un sapore di resa dei conti, con un retrogusto un po' marinettiano . "La guerra è la sola igiene del mondo" diceva il poeta interventista, "C'è da realizzare una seconda alfabetizzazione del paese, che metta in grado tutti di leggere e scrivere il moderno …........è un punto delicato perché passa attraverso la distruzione di un tabù: la cultura come business” interviene l' intellettuale su un dibattito mai aperto, anche perché la controparte – di oggi come di ieri - non ha mai interloquito né intende farlo adesso...... c'è la crisi.....

Quanto piace la “politica del fare”oggi che c'è crisi e poco importa se per la soluzione ci si riferisce, ancora una volta, al libero mercato come se fosse un'entità positiva, una sorta di dio naturale, potente e benevolo, capace di corrispondere a tutti i suoi adepti - quelli degni si intende. Già, proprio quello stesso libero mercato che ha piegato tutti i settori del(l'economia) reale e privato di dignità molti cittadini, perché in fin di conti questo sono i disoccupati e i precari, quello è invocato come elisir per la cultura nel nostro paese.Con la favola del libero mercato e il gioco del corrispondere alle “esigenze reali” , anche l'intellettuale si allinea all'idea di dismettere ogni politica culturale, quasi che questa debba essere una conseguenza del mercato e non un progetto ex ante che indirizzi e determini il mercato stesso.
Fa sorridere - amaro - che lo Stato sia legittimato a intervenire per salvaguardare imprese private, buone o zoppe che siano, e un intellettuale chiede di dismettere gli aiuti - già esigui - alle imprese di spettacolo a favore di settori gia assistiti ; si creano ammortizzatori sociali per tutti i lavoratori e si chiede che il lavoratore dello spettacolo – precario per eccellenza - affronti la sua attività “confrontandosi” con il mercato reale; si indica la ricerca come un obbiettivo d'investimento prioritario e se qualcuno cerca di mantenerla nello spettacolo e nella cultura viene tacciato di parassitismo; la presenza del “Made in Italy” all'estero viene sostenuta con importanti risorse, fiere ed esposizioni eppoi per presentare la produzione teatrale, musicale e di danza italiana all'estero a stento si può accedere a un contributo sui trasporti aerei, in classe turistica si intende.
Se ne deduce che l'impresa di spettacolo non vale quanto un'impresa manifatturiera o di servizio, il lavoratore di spettacolo è un lavoratore di serie B, la ricerca nello spettacolo non è ricerca, l'opera di ingegno italiana può essere un motore a scoppio, una mozzarella ma sicuramente non uno spettacolo. Per finire: gli oltre cinquantamila scritturati dello spettacolo ( senza considerare gli indotti e la filiera) sono meno lavoratori degli impiegati del pubblico impiego o degli operai delle piccole imprese del nord ( quelle da 12/15 lavoratori, proprio come le compagnie medie di spettacolo).

Non è una impressione: l'intellettuale gioca a rifare le regole del condominio senza conoscere I vicini, malgrado racconti di averci “lavorato a qualsiasi livello” . La cultura e lo spettacolo chiedono di avere “cittadinanza” - pari doveri ma anche diritti, essere supportati e non “sopportati”, riconosciuti come segmento vitale e produttivo del Paese e non come minoranza assistita e parassita.
Ma l'intellettuale occupa I piani alti del condominio, non sa, non capisce , – o forse non si applica. Con una metodica da piano di studi universitario liquida il passato in tre moduli, tralascia il passato prossimo e il presente in quanto non interessanti e arriva alla visione alta e altra. Annullare il contesto e trasformarlo in pretesto è la soluzione degli ominicchi che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi – quando non hanno strumenti per un confronto: o te ne vai o dichiari “estinto” l'oggetto del confronto.
Non è provocazione riaffermare che le cose vanno male, anche se da una ribalta pregevole come quella di un quotidiano nazionale: i settori dello spettacolo e dei beni culturali lo ripetono da molti anni e la loro richiesta di nuove regole , di un rinnovato approccio al tema della cultura nel nostro Paese, cade nel vuoto.Non è provocatorio neanche prospettare di trasferire I fondi alla televisione e alla scuola, anche se non si capisce cosa se ne possono fare, ci compreranno le matite, visto che gli interventi per lo spettacolo in confronto alla spesa di questi settori rappresenta meno del 6%.
E' da quaquaraquà addurre esempi di virtuosismo presi a prestito da settori altri, distanti per natura e storia: l'editoria come testimonial di libero mercato culturale con circa un miliardo di contributo statale, detassazione d'imposta e tanto vizio di trust da sollecitare interventi ripetuti del garante e dell'authority, non è proprio un buon riferimento.
E' da qualunquisti pensare che “l'esigenza reale” debba essere la misura del “necessario culturale”: eppoi a quale cittadinanza ci si dovrebbe riferire per monitorare l'esigenza culturale , a quella delle città o dei paesi sotto I diecimila abitanti, a quella dei giovani, dei vecchi e degli emarginati o a quella degli statali, del casertano piuttosto che del varesotto,,,,,,, o per esigenza reale di intendono le visioni degli analisti, degli opinionisti, dei tuttologi. Molto del “reale” contemporaneo è fasullo, mediatico, corrotto, viziato da un mercato indotto e gonfiato, talmente diffuso e colluso da occulture la vita stessa: la crisi non è solo economica. Rispondendo all'attuale “reale”la cultura dovrebbe redimersi.........
Le crisi sono l'appendice di epoche in cui qualcosa non è andato, non ha funzionato, Affrontarle può essere un buon banco di prova per una cittadinanza condivisa e consapevole, un occasione per valutare e affrontare ciò che è necessario per I più , ma anche per ri-misurarsi e non solo verso il presente: l'esistenza dovrebbe essere qualcosa di più.
Quello che sconforta non è la crisi, per quanto dolorosa e temibile possa manifestarsi , ma volerla superare riciclando soluzioni gia espresse, testate e risultate fallimentari , sapendo delle lacerazioni che queste determineranno e ritenendole fisiologiche e funzionali ad un progetto “inespresso”, tutto questo è delinquenza culturale, nel senso etimologico del termine. Che programma è una nuova “alfabetizzazione ….. per leggere e scrivere il moderno” ? Perchè alfabetizzazione e non educazione . Nel febbraio del '42 Goebbels vara un progetto di revisione dei vocabolari tedeschi destinati ai popoli sottomessi e ne annuncia l'alfabetizzazione . La lingua deve riflettere in sé e ribadire le gerarchie e I significati che il nuovo corso della storia viene istituendo..... Perchè la New Age non ha promosso una alfabetizzazione mondiale ora che siamo entrati nell'Era dell'Acquario?

C'è uno sparti acque , un confine, una linea che distingue l'umanità e quindi anche il nostro mondo del teatro, della danza, della musica e di tutti I mestieri che in esso convivono : chi pratica e chi non pratica, chi vive e chi racconta del vivere degli altri, chi lavora e chi guarda lavorare, chi prova qualcosa e chi è frigido. Da questa parte della linea, in questo piccolo mondo reso “nicchia” da interessi altri, tutto è terribilmente semplice : se canti male sei stonato, se balli male cadi, se suoni male predi una stecca, se reciti male sei un cane, se metti in scena il mediocre il pubblico ti abbandona. Lo stesso vale al contrario.
Va da sè che il sentire di questa parte del mondo è più immediato, sempre nel senso etimologico quindi di non mediato e quando capita qualcuno come l'ennesimo intellettuale che vuole “soluzionarci” non possiamo che affermare che, per rimanere in tema con la citazione di Maccari , Un imbecille non si annoia mai: si contempla – come ricorda Rémy de Goncaurt.
E le Pietre se la ridono.

Aurelio Gatti

 
Commenti : In attesa del buon senso - Mario Mattia Giorgetti (Editore e Direttore Sipario)

Partiamo da alcune domande, per comprendere quali erano gli obiettivi sottesi.
Perché “Repubblica” ospita un articolo di uno scrittore che offre delle provocazioni al mondo del teatro, e al pubblico, che hanno odore sulfureo di fascismo intellettuale, senza una adeguato commento di accompagnamento visto che il giornale è apertamente di sinistra? Quale era il suo intento? Quello di aprire un dibattito sul sistema dei finanziamenti pubblici? Ma se questo era lo scopo bastava aprire una inchiesta giornalistica senza dare la vetrina ad uno scrittore che non ha le carte in regola perché da quello che scrive, si deduce che non conosce le problematiche della comunità degli operatori teatrali, degli esercenti teatrali, delle compagnia private e no, degli organismi stabili pubblici e no, degli attori, delle maestranze; insomma di tutti coloro che attraverso lo spettacolo offrono un servizio culturale, sociale, occupazionale.
Perché lo scrittore si è fatto paladino di questa provocazione quando lui stesso in tempi andati, come asserisce su La Repubblica l'on. Luca Barbareschi, attore e impresario e quindi informato sui fatti, ha goduto di finanziamenti pubblici per alcuni eventi teatrali realizzati con certa compagnia?
Perché a quel tempo non ha fatto la scelta che auspica ora per gli altri, cioè di affidarsi al Mercato? Ha scritto per reazione perché, forse, nei tagli che sono stati fatti dal Dipartimento dello Spettacolo nell’odierna stagione, sono rimasti impigliati anche quelli della sua cerchia?
Mettiamo lo scrittore di fronte ai suoi suggerimenti:
primo, dirottare i finanziamenti previsti per il Sistema Teatro sulla Scuola e sulla Televisione, poiché sono, per lui, i due punti di riferimento per una formazione del pubblico di domani.
Ma questo scrittore non si scorge che quei due “vettori” sono già appannaggio di un monopolio di soggetti politici che vogliono azzerare la crescita delle nuove generazioni? Come può illudersi che quei soldi distratti dalla produzione teatrale possano essere utilizzati come lui pensa? Incredibile: lui pensa che apportando quel capitale che appartiene al Fus alla Scuola e alla Televisione si possa cambiare la politica culturale di questi due strumenti. Pensare ciò o è malafede o è avere fette di patate sugli occhi. Non pensa che tale servizio di formazione culturale, sia nella Scuola sia nella Televisione di Stato, dovrebbe prescindere dai soldi del Fus? E questa considerazione vale anche per quegli artisti che avvallano questa presa di posizione dannosa sotto tutti gli aspetti.
Secondo: se lo immagina lo scrittore un panorama dove liberi cittadini investono soldi, tempo, energia, in un’attività teatrale affidandosi al Mercato, che come scrittore che guarda il mondo, dovrebbe conoscere? Se lo immagina che tipo di proposte verrebbero partorite per raggiungere quel pubblico, modellato dal “pensiero unico” di tette, di chiappe, di domande e risposte, di chiacchiericcio da galline in un pollaio, di voyeurismo ammantato da divertimento chiassoso e ingannevole, di sfide canore e danzanti, di opinionisti da quattro soldi? Se lo immagina? Si rende conto dei problemi economici che attraversano quel tipo di pubblico? Ma che Mercato vede? Se dovesse passare il suo pensiero avremo un panorama deserto di buone proposte culturali, artistiche , di corpi vagolanti in cerca di occupazione, di creatività offesa e repressa; un mondo di cadaveri viventi. Questo è il panorama che quello scrittore si auspica? Speriamo che torni in lui la serenità.
Al di là di tutto ciò, devo ancora dire, e lo dico da tempo, che una forza innovativa per riformare il teatro,( a quando una legge dignitosa e democratica?), è necessaria, ed è urgente che sia messa sul tavolo del dibattito pubblico; al di là delle riforme necessarie, è anche auspicabile che nelle casse del Fus giungano altri fondi per consentire lo sviluppo di una produzione allargata e che recuperi quei soggetti che sono stati penalizzati da tagli indiscriminati.
Caro scrittore, altro che soldi alla Scuola e alla Televisione, che già dovrebbero assolvere quel compito di formazione delle nuove generazioni che lei auspica nel suo intervento con quello che ricevono dallo Stato – leggi, budget del Ministero della Pubblica Istruzione per scuole; e budget che la RaiTv ha dal canone televisivo, dalla pubblicità, dagli sponsor- per assolvere ai loro specifici compiti di far conoscere il teatro, la musica e la danza come discipline da conoscere. Ci vorrebbe ben altro.

Intanto, che lei recuperasse il buon senso.

Mario Mattia Giorgetti

 
Commenti : Mario Pasi (Critico di Danza per Corriere della Sera)

In diverse occasioni abbiamo sostenuto questa tesi: beato e fortunato in Italia chi regge il ministero dei beni culturali. In effetti, che cosa si può avere di più ? Centinaia di teatri, musei, palazzi, reperti antichi, paesaggi, storia, vocazione artistica, tradizioni consolidate fanno del nostro paese un leader assoluto. Invidiato, amato, visitato proprio per queste sue qualità. La cultura muove in Italia milioni di persone, produce un indotto immenso, forse più della Fiat: ma la Fiat viene sempre aiutata, la cultura no, e così ogni tanto viene messa sul banco degli accusati, come fonte di sprechi e incredibili reati. 'Basta soldi pubblici al teatro' titolava poco tempo fa La Repubblica, forzando un po' il grido d'allarme lanciato da Alessandro Baricco, che conosce bene il mondo dell'editoria e dello spettacolo. Il vero titolo doveva essere: Bancarotta della cultura e del teatro, lo stato ha le casse vuote.
Ma lasciamo da parte le polemiche e la voglia di fare scandalo. Una intelligente cura dei nostri beni darebbe eccellenti risultati finanziari, grazie al denaro pubblico che , come diceva Carlo Maria Badini, potrebbe venire da una minima percentuale di quanto lo stato incassa da giochi e lotterie. Il denaro dei privati, per niente incentivato dal fisco (perché non si copia l' America detassando le sovvenzioni non governative ?) , resta un sogno limitato ad alcune aree del Paese. Più soldi alla cultura, signor Ministro, sono utili al prestigio nazionale e alle casse comunali, regionali, statali. Incentivano i consumi, i saggi investimenti, anche in tempi di crisi. Lo sanno, i nostri dirigenti romani, che vicino a Salisburgo c'è una grotta (catacomba) che si visita a pagamento e che è comunque ben tenuta dalla Città di Mozart. Sono pochi metri quadrati, quanti km misurano le pressoché ignorate catacombe della Capitale ?
Baricco e tutti coloro che sono intervenuti sull'argomento sanno che il teatro è stato sempre sovvenzionato. Ma pochi ricordano che alla fine della guerra 1915-18 la Scala chiuse le sue porte perché nessun Impresario privato era in grado di gestirla; solo nel 1921, grazie a Toscanini, Albertini (Corriere della Sera ) e Caldara (sindaco socialista della Metropoli) la Scala riaprì come Ente sostenuto dal pubblico denaro, diventando un modello non solo per l' Italia. Tutti sanno , inoltre, che l'insegnamento della musica nelle scuole è necessario, ma che bisogna avere insegnanti, aule, strumenti, e non solo flauti (un costo non piccolo, ma degno di noi ). La tv ? Il teatro, il Museo, il Palazzo, la Reggia , non sono cose virtuali, ma pezzi di realtà : se entrate nel Museo di Pergamo, a Berlino, avrete un tuffo al cuore, così come davanti a Caserta o ai bronzi di Riace. L'opera lirica, di cui siamo stati i più intelligenti interpreti, vive sulle assi della scena, fuori dai trucchi delle telecamere. Tutto questo lo sa anche Zeffirelli, che deve la sua gloria soprattutto al teatro d'opera di cui è un protagonista.
Razionalizzare le spese è necessario. Ma cominci il Ministero a dare i denari che può in anticipo , e per un triennio, come si fa in ogni paese civile, controllando che non vi siano operazioni dubbiose, e facendo in modo che tutti conoscano fin dove possono andare. Togliere fondi a programmazione già iniziata sembra una ammissione di crisi generale, non culturale. Diceva Andreotti che le sovvenzioni statali, date in ritardo, facevano felici le banche cui i vari enti ricorrevano per anticipi... Un'altra osservazione: anche per la cultura e lo spettacolo valgono le invocazioni 'innovazione e ricerca', che non rendono subito in moneta contante ma che sono una prova di coraggio. Se il Rinascimento italiano non avesse investito sull'ingegno dei nostri grandi, non avremmo né i Musei vaticani né gli Uffizi. E ancora: vi siete mai chiesti perché le nazioni potenti abbiano portato a casa loro tanti capolavori greci, egizi, assiri, italiani, cinesi, africani , e le mostrino ai loro cittadini e ai turisti ?
Spendere meno, spendere meglio, ma guai a perdere qualità. Viviamo in un mondo globalizzato, e la concorrenza c'è, ma verso l'alto, non è quella che sognano i consumatori. Poi c'è il problema delle masse stabili, che grava per il 70 per cento sui bilanci. Basterebbe separare questa voce da quella della produzione per avere idee più chiare su esborsi che sanno troppo di politichese. Qualcuno ci ha mai pensato ? La voce cultura, diciamolo chiaramente, è solo una goccia nel mare del bilancio statale. Tagliate altrove, signori. Sapete che certi personaggi della Repubblica , quando si spostano, hanno diritto a quattordici accompagnatori ? E sapete che , se qui le cose non vanno, i migliori talenti se ne andranno, o nel peggiore dei casi, faranno altre professioni ?

MARIO PASI

 
Commenti : Baricco e la controriforma teatrale - Yuri Brunello (Giornalista)

Su “Repubblica” del 25 febbraio scorso Alessandro Baricco ha lanciato una provocazione forte. Un macigno, una vera e propria granata contro il sistema dello spettacolo in Italia: basta soldi pubblici al teatro. Ad alcuni è parso un attacco dettato da vandalico narcisismo, ad altri l’eresia di un non addetto ai lavori. Quel che certo è che, indagando le argomentazioni dello scrittore torinese e la sua postura nei confronti delle questioni della tutela e della promozione del patrimonio culturale nostrano, un giovane antropologo interessato a studiare i cambiamenti che negli ultimi trent’anni sono intervenuti nella società italiana potrebbe sul caso Baricco, sul polverone che esso ha suscitato, costruirci una carriera. Quale stimolo più prezioso per aiutare a capire quanto e come è cambiata, negli ultimi decenni, la società italiana?
Che a un intellettuale su una testata che si pone come un autorevole giornale di sinistra sia concesso tanto spazio per cantare a piena voce l’elogio del mercato è davvero il segno di un cambiamento enorme dentro la cultura del nostro paese. Un cambiamento stringente, profondo, inesorabile. Ignacio Ramonet anni fa definì quello che è ormai il nostro senso comune come «pensiero unico». L’ideologia basata sullo sfrenato individualismo, sulla concorrenza sbrigliata e cinica, sulla primazia anonima del mercato capitalista, a partire dagli anni ottanta ha sempre più stretto la morsa, fino a spezzare, con l’aprirsi degli anni novanta, sulle note briose dello show mediatico della caduta del muro di Berlino, ogni resistenza. Ed eccola, questa concezione del mondo prepotentemente egemonica spopolare, eccoci rassegnati o gioiosamente avviati – dipende, è chiaro, dalle convinzioni politiche e culturali di ciascuno – al  confronto continuo con una visione dell’esistenza terribilmente invasiva del linguaggio che ognuno di noi usa, delle categorie con le quali ognuno di noi articola i propri ragionamenti e le proprie idee, come anche dell’immaginario e dei comportamenti. Sempre più stretto nel crescente predominio del più mercato meno Stato, del privatizzare è bello, della spettacolocrazia mediatica, il pensiero critico, che ancora regnava nel ’68 studentesco e nel ’69 operaio, del big dream postmoderno ha finito per restare prigioniero e si è così disperso. Ad agitare e a plasmare la società italiana è rimasto allora il «pensiero unico».
Di una così spettrale caduta nella voragine dell’omologazione un articolo come quello di Baricco i risultati te li squaderna lì, sulla faccia. A parlare a un popolo di lettori orientato in prevalenza a votare Partito Democratico, ossia gli acquirenti tipo di “Repubblica”, sono oggi intellettuali che dicono, da sinistra, cose che potrebbero essere sostenute da qualsiasi altro partito presente nel nostro Parlamento, anche dai senatori e deputati seduti nei banchi più a destra del Presidente del Consiglio. La rotta della sinistra postmoderna italiana, di cui Baricco è un prestigioso esponente e “Repubblica” un irrinunciabile megafono, sembra essere la stessa che segue la destra parlamentare: il neoliberalismo populista. Quali le differenze? La destra ha fretta e la sinistra un po’ meno, dovendo apparire più prudente e cauta agli occhi dei propri elettori, la maggior parte delle volte più a sinistra della stessa sinistra. L’obiettivo ultimo tuttavia appare lo stesso: snellire lo Stato italiano, riformarlo dando più spazio e opportunità alle imprese che sappiano meglio far cassa. Riuscirà evidente che dal moltiplicare i quattrini nelle tasche di chi li promuove il teatro e l’arte autentica sono, per loro natura, alieni. Ma a Baricco ciò non interessa. Di qui asserzioni come «è meglio lasciar fare al mercato e non disturbare» o «abbandonate i cartelloni di musica da camera e con i soldi risparmiati permettiamoci una sera a settimana di tivù che se ne frega dell’Auditel» (il che di musicale ha solo il fatto di costituire una dolce sinfonia per le orecchie di Berlusconi).
E pensare che poco più di trent’anni fa a sinistra tirava tutta un’altra aria: il Partito Comunista Italiano, che aveva una sua visione di società critica e alternativa al potere dominante, affidava a una convegno di tre giorni il proprio punto di vista sul teatro, preoccupandosi giustamente di assumere una posizione organica a proposito delle questioni dello spettacolo in Italia. E fu grazie a sforzi culturali come questi, compiuti a partire dall’immediato Dopoguerra, che il Pci seppe costruire la propria, ormai dissolta, egemonia culturale. Se neppure su argomenti delicati, come quello del testamento biologico, il Partito Democratico è in grado di trovare in se stesso la chiarezza per assumere una posizione che sia una, chiedere alla sinistra parlamentare italiana uno scatto d’indipendenza dal neoliberismo imperante è davvero troppo.

Certo, quello delle sovvenzioni è un problema, nessuno lo nega. Anch’io anni fa, criticando le scelte di alcuni teatri liguri, mi schierai più volte, sulle più diverse testate, per un ripensamento del meccanismo delle sovvenzioni. Ma l’ottica era ben altra. Rivedere il sistema dei finanziamenti pubblici, distribuire il denaro a pioggia e in modo più omogeneo invece di favorire solo alcuni, grandi enti produttivi, a danno di tante, vitali e brillati realtà minori mi sembrava la cosa migliore, la scelta più democratica possibile, contro un’attitudine da parte di alcuni direttori artistici che temevo potesse scadere nel più cupo assistenzialismo statale. Probabilmente sbagliavo, anzi sicuramente. In un punto cruciale. Dare denaro ai teatri stabili non significa alimentare dei privilegi. Proprio in un momento di crisi economica come questa è sempre più chiaro come lo Stato debba tornare a investire e a produrre. Nelle attività finanziarie, industriali, nel sapere, di cui anche il teatro e lo spettacolo sono tra le più significative espressioni. Per questo non bisogna limitarsi soltanto a dire “no” ai tagli alla cultura, ma trovare la forza e il coraggio per chiedere più risorse per stabili, cooperative, collettivi, compagnie. Altrimenti preparatevi: niente più spettacoli da camera, ma una volta a settimana, come nei sabati fascisti, vi toccherà qualche tele-intellettuale che, magari su Mediaset, vi romperà a vostre spese l’anima con logorroici polpettoni su Dickens o Salinger.

Yuri Brunello

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