
Antonio Pappano e l’Accademia di Santa Cecilia ospiti alla Scala per uno straordinario concerto dedicato a Strauss: Milano incontra così uno dei grandi talenti italiani della direzione orchestrale.
Non fu subito recepito come un grande Antonio Pappano quando arrivò alla Scala la prima volta. Molti non lo ricordano e chi scrive si rammarica di non avere ascoltato quel suo primo concerto del 9 settembre 1994 (Schönberg Verklärte Nacht e Ciaikovskij Quinta Sinfonia).
Oggi Pappano è arrivato al vertice. Dopo una gavetta come preparatore di orchestre e cantanti e di direttore di coro dirige grandi orchestre europee e americane ed è stabile al Covent Garden di Londra (ricordiamo il suo allestimento in pochi giorni della Forza del destino in sostituzione di Riccardo Muti).
Dal 2005, con un mandato di cinque anni è anche a capo del-l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia a Roma.
I suoi genitori, musicisti, venivano dalla provincia di Benevento mentre lui nacque in Inghilterra ed è di nazionalità americana. Il curriculum è di tutto rispetto. Ha diretto opere (New York City Opera e Teatro della Monnaie di Bruxelles) entrando nel grande giro nel 1993 con il Siegfried di Wagner alla Staatsoper di Vienna in sostituzione, anche qui all’ultimo minuto, del maestro von Dohnàny ammalato.
Non era quindi sconosciuto quando giunse a Milano nel 1994. Eppure non ricordiamo che qualche critico abbia rimarcato la sua bravura.
Un grande talento
Pappano ha diretto lo scorso 29 ottobre la sua orchestra di Roma (di ritorno alla Scala dopo cinquant’anni) che oggi, con la Filarmonica scaligera, è una delle migliori del mondo.
Il concerto tutto straussiano comprendeva il Till Eulenspiegel, il finale da Capriccio, Valzer dal Rosenkavalier e i Quattro ultimi Lieder per l’intensa voce di Renée Fleming.
Si è notata subito una caratteristica, ovviamente da verificare con altri autori. Pappano non cerca di stupire attraverso grandi effetti e contrasti di sonorità, che pure con Strauss sarebbero comprensibili, ma la sua ricerca espressiva sembra basarsi più
sull’introspezione leggera, più legata al sentimento che allo stupore timbrico.
Nei Lieder con la Fleming l’orchestra è sembrata più che mai fondersi con la voce in una musicalità totale. Negli altri pezzi, legati alla prima maniera, gli andamenti sonori si sono dipanati tra finissimi sbalzi dinamici e ritmici e la gioia dell’ascolto non è stata minore.
Ascoltare ancora Pappano è possibile che per Milano sia un pio desiderio. Non crediamo che nella compilazione dei programmi basti la sola bravura ma che l’accavallarsi degli impegni degli artisti e forse soprattutto le priorità delle varie agenzie (per noi profani del tutto incomprensibili) abbiano il loro inappellabile peso.
Sipario n. 690 2006